THE GIG TRAP
Working Without Protections?
The “Gig Economy” is a labor law phenomenon that has become increasingly prominent in recent years. It represents the implementation of a broader industrial strategy—supported at the European level—born from the digital revolution and innovative technologies that facilitate connections between businesses and consumers¹.
At first glance, this labor flexibility appears to be a sign of great progress. However, behind the implementation of this innovation lie significant ethical and legal questions.
How does it actually work?
The gig economy relies on digital platforms acting as intermediaries between employers and so-called “gig workers.” Companies or clients post job listings, and interested workers can respond.
The process essentially consists of five steps:
Registration on the platform, indicating one’s skills;
Posting of the offer by the company;
Algorithmic matching by the platform;
Acceptance and execution of the work;
Payment and evaluation via reviews.
In Italy, the most prominent—and debated—examples involve delivery and transport platforms (e.g., JustEat, Deliveroo), but there are many others involving housing, transport, domestic services, and more.
The core of this new “working method” is the concept of flexibility and autonomy. On one hand, companies avoid long and costly selection processes; on the other, workers benefit from choosing when and how much to work, tailoring requests to their availability. However, there are shadows lurking behind this seemingly innovative project.
What are the main issues?
Significant problems arise primarily regarding compensation, which is highly—even excessively—variable. Workers are often paid per task, and earnings are never guaranteed.
But that’s not all. This new class of workers lacks typical contractual protections (such as paid leave, sick pay, or social security contributions, which are borne by the worker), as they have long been excluded from the definition of “employee.”
Human Rights Watch Report (2025): The Gig Trap
Recent studies highlight how the gig economy is increasingly becoming a “gig trap” for workers. A 2025 report by the NGO Human Rights Watch, focused on the U.S. market, reveals a stark imbalance between workers and digital platforms.
The analysis points out that the number of digital labor platforms worldwide has surged from 142 to 777 in recent years. Human Rights Watch emphasized that six out of seven platforms adopt a piece-rate pay model (based on the quantity of work rather than time spent). Furthermore, the average pay—after deducting fuel, maintenance, and taxes—drops to $5.12, which is 30% below the federal minimum wage.
Additional data focuses on account suspension or deactivation, which often occurs arbitrarily. This is equivalent to a “summary dismissal” without notice, often carried out automatically by algorithms without specific explanations from the companies. No transparent appeal channels are provided.
To escape this trap, incisive reforms are needed. For this reason, Human Rights Watch has proposed extending the so-called “ABC test” (already adopted in California) to ensure workers are granted the minimum protections afforded to employees.
EU Interventions
Although the NGO report focuses on the U.S. model, the exploitation of gig workers is a global phenomenon, prompting legislators to act.
In 2024, the EU adopted Directive 2024/2831 on platform work². The key pillars of this directive include:
The presumption of employment: Gig workers will no longer be automatically classified as self-employed, granting them the protections reserved for subordinate employees.
Algorithmic transparency: Platforms must inform workers about the use of automated systems for decisions regarding hiring, earnings, and evaluations.
Data protection and right to redress: Workers will have the right to contest platform decisions and request a human review.
In Italy, Enabling Act (Legge Delega) no. 81/2025 authorized the Government to implement this directive, introducing the legal presumption of subordination and strengthening the rights of platform workers. By the end of 2026, all companies must review their contractual arrangements.
What to expect?
While we wait to see if these interventions will be sufficient to raise protection standards, the issue remains open and forces us to redefine our concept of labor. The future of the gig economy will depend on the ability to find a balance between innovation and protection—recognizing the unique nature of this work without compromising on essential human rights.
¹ English translation of Treccani, 2019
² Member States need to implement it by December 2, 2026
By Elvira Bonito
Versione italiana
THE GIG TRAP: lavorare senza tutele?
La “Gig-economy” è un fenomeno giuslavoristico diventato particolarmente importante e diffuso negli ultimi anni: si tratta della realizzazione di una strategia industriale più ampia, anche di natura europea, derivante dalla rivoluzione digitale e dalle tecnologie innovative che sono capaci di facilitare nel mercato il collegamento tra imprese e consumatori¹.
A primo impatto, questa flessibilità lavorativa sembra essere atto di un grande progresso, però - dietro l’attuazione di questa innovazione - si nascondono quesiti etico-giuridici rilevanti.
Ma come funziona effettivamente e di cosa si tratta?
Il funzionamento della gig-economy si basa sull’utilizzo delle piattaforme digitali come intermediari tra i datori di lavoro e i cosiddetti “gig-workers”:le aziende o i clienti pubblicano annunci di lavoro ed i lavoratori interessati possono rispondere.
Gli step sono sostanzialmente cinque:
Registrazione alla piattaforma indicando le proprie competenze;
Pubblicazione dell’offerta da parte dell’azienda;
Abbinamento algoritmico dalla piattaforma;
Accettazione e svolgimento del lavoro;
Pagamento e valutazione tramite recensioni.
Gli esempi più importanti - ma anche più discussi - in Italia di piattaforme gig riguardano quelle di consegna e trasporto (es. JustEat, Deliveroo), ma non mancano altri esempi inerenti ad alloggi, trasporti, servizi domestici ecc.
Il fulcro di questo nuovo “metodo di lavoro” è il concetto di flessibilità ed autonomia: da un lato, le aziende evitano processi di selezione lunghi e onerosi; dall’altro lato, il lavoratore ha il vantaggio di scegliere quanto e quando lavorare - adattando le richieste alla sua disponibilità.
Tuttavia, dietro questo apparente progetto innovativo, si nascondono delle ombre.
Quali sono le principali problematiche?
In particolare, molti problemi sorgono con la retribuzione dei gig-workers che è molto - anzi eccessivamente - variabile: spesso i lavoratori sono pagati per singolo incarico ed i guadagni non sono garantiti
Ma non finisce qui. A questo nuovo tipo di lavoratori mancano le tipiche tutele contrattuali (quali ferie, malattia o contributi che sono posti a loro carico) - essendo stati a lungo tempo non considerati come lavoratori dipendenti.
Human Rights Watch Report (2025): The Gig-Trap
Recenti studi evidenziano come la gig-economy stia diventando, in realtà, una “gig-trap”- una grande trappola - per i lavoratori. Un report del 2025 della ONG Human Rights Watch, basato sul mercato statunitense, evidenzia come vi sia una netta situazione di squilibrio tra la posizione dei lavoratori e le piattaforme digitali.
Evidenziando come, negli ultimi anni, le piattaforme di lavoro digitale - a livello mondiale - siano passate da 142 a 777, l’analisi di Human Rights Watch ha sottolineato come sei piattaforme su sette adottino un modello di remunerazione a cottimo (ossia basato sulla quantità di lavoro piuttosto che sul tempo impiegato) e come la retribuzione media - detratti carburante, manutenzione e contributi - scenda mediamente a 5,12 dollari (sotto del 30% rispetto al minimo federali).
Ulteriori dati si concentrano sulla sospensione o disattivazione dell’account che avvengono in maniera arbitraria ed equivalgono ad un vero licenziamento senza preavviso (che, in più, avviene in modo automatico e senza particolari spiegazioni da parte delle compagnie). Nessun canale di appello trasparente è concesso.
Per superare la trappola sono necessarie delle riforme incisive: ed è proprio per questo che Human Rights Watch ha proposto l’estensione del c.d. “test Abc” adottato in California per assicurare ai lavoratori le tutele minime previste per i dipendenti.
Interventi UE
Sebbene il rapporto della ONG si concentri sul modello degli USA, non possiamo fare a meno di notare che si tratti di un fenomeno di sfruttamento di rilevanza globale ed è per questo che i vari legislatori hanno iniziato ad intervenire.
Nel 2024 l’UE ha adottato la Direttiva n.2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali² . I punti focalizzanti di tale direttiva riguardano la presunzione di lavoro dipendente (tale per cui il gig worker non sarà più considerato come un lavoratore autonomo e, di conseguenza, avrà maggiori tutele riservate alla disciplina dei lavoratori subordinati); la trasparenza algoritmica, quindi le piattaforme dovranno informare i lavoratori sull’uso di sistemi automatizzati per le decisioni su assunzioni, guadagni e valutazioni; ed infine, la protezione dei dati personali e il diritto di ricorso, per cui i lavoratori potranno contestare le decisioni delle piattaforme chiedendo un riesame umano.
In Italia, la legge delega n.81/2025 ha delegato il Governo a recepire tale direttiva introducendo, innanzitutto, la presunzione legale di subordinazione, nonché il rafforzamento dei diritti dei platform workers: entro fine 2026, tutte le aziende dovranno rivedere le loro situazioni contrattuali.
Cosa aspettarsi?
In attesa di osservare il riscontro di tali interventi e se saranno sufficienti per innalzare le tutele, la questione resta aperta tuttora e riporta necessariamente a riqualificare il modo di pensare al lavoro.
Il futuro della gig-economy e la sua possibilità di riuscita dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra innovazione e tutela - riconoscendo le specificità di questo tipo di lavoro, ma senza rinunciare a garantire i diritti essenziali.
¹ Treccani, 2019
² Gli Stati Membri devono implementarla entro il 2/12/2026.
Di Elvira Bonito

